lunedì, Aprile 15, 2024
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12 anni in Australia. Marco Petta racconta la sua esperienza

Un giorno intero di volo per arrivare, segno della croce o scongiuri di rito tra gli scali internazionali per tornare. Seppur lontanissima, Adelaide è una città ospitale per vocazione, fin da quando accolse immigranti di varia provenienza (soprattutto tedeschi) che portarono con sé quegli alberi di vite che permisero di fecondare le zone di produzione vinicola “Barossa Valley”, tra le più rinomate al mondo. Il flusso migratorio più cospicuo verso l’Australia Meridionale si registrò però dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando italiani, greci e olandesi scelsero questo approdo sulla costa meridionale, affacciato sul golfo di St. Vincent, in pieno Oceano Indiano, per inventarsi una vita. Attualmente Adelaide conta quasi un milione e mezzo di abitanti e tra di loro, a soli 15.000 chilometri dalla casa in cui è nato, Marco Petta ha trovato (e creato) un angolo d’Italia. Marco è di Cernusco sul Naviglio, ha 33 anni ed è al suo dodicesimo anno di permanenza. Ormai parla è inserito, parla con disinvoltura l’inglese australiano calibrando la sua vita in mezzo agli “aussies”. Ha lasciato la sua comfort zone quando era ancora ragazzo, trovandosi ad esportare ora, da uomo, quello spirito di intraprendenza e adattamento che ci viene invidiato a tutte le latitudini e tuttora resta tra i migliori brand del made in Italy. 

Dodici anni da residente, è diventato un “Downunder” in stato permanente effettivo. Parliamo davvero un altro mondo?

<<Non so se sia un luogo comune vero e proprio, ma credo che non esista definizione più azzeccata per indicare le differenze tra questa realtà e quella che decisi di interrompere>>.

Perchè proprio tra i canguri?

<<E’ arrivata nella mia vita quasi per caso. Ho conosciuto la mia attuale moglie in modo altrettanto fortuito, trovando la tessera sanitaria che aveva dimenticato in un distributore automatico del mio paese. Nadia è italo-australiana, si trovava da qualche mese in Italia ed era quasi in procinto di tornare, per proseguire i suoi studi. Ci siamo conosciuti e – dopo esserci fidanzati – mi ha proposto di seguirla. Tanti connazionali sono arrivati per migliorare l’inglese o per altri motivi e parecchie volte sono dilaniati da dubbi e ripensamenti. Io ho mollato il lavoro, non mi sono posto troppe domande e sono partito. Tra me e me dicevo: “Non starò sicuramente male, andrei anche solo per maturare questa esperienza”. E’ stata una scelta d’amore e di vita, ispirata da un po’ di incoscienza dei miei vent’anni>>. 

E che tipo di percorso ha intrapreso in questa sua nuova dimensione?

<<Ho lavorato per la Segafredo per sette anni in qualità di responsabile area, poi ho intrapreso un’altra strada. Cominciai a collaborare con l’emittente “Radio Italiana_531”. Mi piacque a tal punto da capire subito che quello sarebbe stato il mio futuro. E così è stato. Dal 2021 sono station manager di questa radio fatta da italiani per italiani e che in italiano trasmette, in cui conduco anche un programma sportivo. Il resto è storia di oggi: i collaboratori sono tutti volontari e realizziamo 7 produzioni editoriali ogni giorno, la nostra app ha più di 3.500 downloads e vantiamo alcune migliaia di ascoltatori ogni settimana che si sintonizzano interagendo nei vari spazi dedicati a musica, intrattenimento, sport, costume e sociale. Col tempo, abbiamo stretto anche rapporti istituzionali con Consolato e COM.IT.ES. Inizialmente si chiamava “Radio Paesani”, la fondarono negli scantinati di un garage alcuni studenti nel 1975, quando la messa in onda prevedeva una sola ora al giorno in varie lingue. Per me è una soddisfazione enorme poter dirigere una realtà con tanta storia alle spalle>>.  

Oltre che un modo per sentirsi a casa.  

<<Mi ricordo che i primi tempi quasi mi dimenticavo di essere quaggiù. Entrare in redazione, vedere la bandiera affissa, ascoltare musica italiana e bere il caffè in compagnia erano tutti frammenti di quotidiano che restituivano quel sapore di italianità perduta che rischiava di sfumare in modo irreversibile. Adesso sono più assorbito nei meccanismi di responsabilità, ma è stato un grandissimo supporto morale>>. 

Marco è da sempre appassionato di calcio. Anche in questo ambito la radio è servita da traino per coinvolgere le persone nelle varie iniziative?

<<Sicuramente. Organizziamo tornei di biliardino ed altri eventi per socializzare, seguiamo insieme tutte le partite nel “Milan Club Adelaide” che ho fondato personalmente: le prime partite le guardavamo in 4 e ora abbiamo dovuto allestire una sala per accogliere una sessantina di tifosi come me. Quando Sinner ha vinto gli Australian Open ci siamo ritrovati in diverse migliaia a festeggiare, così come avvenne tre anni fa in occasione della vittoria agli Europei della Nazionale. Si è creato un seguito naturale e spontaneo, veicolato dalla nostra attività di condivisione sul territorio>>. 

Tornando al concetto di comunità, quanti siete?

<<Gli italiani sono rappresentati ormai da quattro generazioni: in tutto siamo 112.000, il 10% della popolazione del South Australia. Si tratta di una folta rappresentanza ed il motivo è presto spiegato. E’ come se gli abitanti di alcuni paesi della provincia di Benevento e della Calabria fossero stati trapiantati in massa. Nel passato si spostarono nuclei famigliari numerosissimi, anche con 17 figli, che a loro volta mettevano le radici. Con alcuni abbiamo stretto legami di amicizia, insieme organizziamo le feste patronali comandate, tentando di riprodurre persino il clima del Meridione più di mezzo secolo fa. Le tradizioni sono sempre vive nella memoria di chiunque espatri e provare a rivivere quelle atmosfere è sempre qualcosa di emozionante>>.  

Vivere dall’altra parte del mondo implica indubbiamente problemi di natura logistica.

<<Io sono un nuovo migrante, ma questo è un Paese incredibile che mi ha dato e continua a darmi tantissimo in termini di opportunità e qualità di vita. L’ ho girato in lungo e in largo e ad Adelaide mi trovo da dio. Ho un solo grande rammarico: vorrei godermi di più i miei genitori, mi pesa tornare a casa al massimo un paio di volte all’anno e soprattutto il fatto di non essere nelle condizioni di “improvvisare” nulla. La radio è stata accreditata come international media partner all’ultimo Festival di Sanremo, sono riuscito a seguirlo live da inviato e – con l’occasione – mi sono regalato un paio di settimane tra i miei affetti di sempre>>. 

Più si è lontani, più ci si unisce. Anche questo è modo per vincere la malinconia?

<<L’italiano acquisisce appieno l’essenza di esserlo davvero quando si trasferisce oltre confine. E’ anche il mio caso: il problema, però, è abituarsi a dinamiche evolute e moderne come quelle che ho imparato ad apprezzare e mi sembrano ormai imprescindibili: alcune volte mi soffermo a pensare a quale sarebbe il mio stile di vita in un altro posto che non sia l’Australia…Anche volendo, tornare sui miei passi è un’opzione quasi impraticabile. La nostalgia c’è, è sempre lì e la avverto nitidamente, ma non posso permettermi di colmare questi vuoti con le improvvisate. In estate tornerò per vacanza, ma tutti i miei viaggi devo programmarli con almeno sei mesi di anticipo e questo ogni tanto questo mi pesa. Però è un compromesso che ho accettato dal giorno in cui mi resi conto che le motivazioni per restare erano prevalenti rispetto al resto>>. 

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