lunedì, Aprile 15, 2024
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Stefano Ciammaroni: “Ecco la mia vita in UK”

I dati ufficiali parlano di quasi 300.000 anime. Secondo stime ben più realistiche – che tengono conto chi ci vive e lavora senza aver ancora trasferito la residenza – quelli dislocati su tutto il territorio sarebbero quasi il triplo. Come prendere Torino e trapiantarla in Inghilterra. Londra è la città del mondo con il maggior numero di immigrati italiani che, seppur diversamente da prima, continuano ad affluire a caccia di opportunità, di arricchimento e crescita, varie ed eventuali. E fanno tutti i mestieri. Dalla ristorazione, alle start up, nel ramo assicurativo e in comunicazione, intrattenimento e consulenze. E poi ci sono gli studenti. Una moltitudine di studenti di ogni ordine e grado. Storie che si intersecano sul reticolato a forma di metropoli che le accoglie e le confonde, in una composita dinamica sociale dove integrazione e caos talvolta non sono sinonimi. Storie di una metropoli da 8 milioni di abitanti. Come quella di Stefano Ciammaroni, 49enne professore romano con un lungo e prestigioso excursus accademico, residente a Londra dal 2013 e cittadino inglese dal 2017. Animato dalla passione per il mito del cinema americano, Stefano si trasferì da Roma a New York. <<A quei lunghi 15 anni lego i ricordi tra i più belli e surreali della mia esistenza, come quando mi trovai a Manhattan e vidi crollare la seconda delle Twin Towers. Alla “New York University” mi sono formato, e nel giro di un anno ho potuto maturare esperienze studiando e lavorando>>. 

E “London calling” fu. 

<<Stava per scadere il mio visto di permanenza negli Stati Uniti e ho contemporaneamente ho ricevuto una proposta da Manchester per un ruolo full-time, un vero e proprio contratto da professore associato. Decisi di accettare e da lì la mia vita ha preso questa direzione>>. 

Dopo la parentesi nel Nord-Ovest, il trasferimento definitivo a Londra nel 2013.

<<Sì, il resto è storia di oggi. Ho vissuto un biennio da pendolare e avuto diversi anni di esperienza d’impiego presso l’ “Imperial College” e ora sono docente di “Storia e teoria del cinema” alla “UAL – “University of the Arts London”, il più grande ateneo con sede londinese nonché il quarto tra le istituzioni del Regno Unito per numero di studenti internazionali>>. 

Una brillante traiettoria di un espatriato sui generis. Domanda originale: in Italia avrebbe potuto togliersi queste stesse soddisfazioni?

<<Non posso dirlo con certezza ma nemmeno me lo sono chiesto troppe volte. Non sono fuggito da nulla, sono diventato cittadino del mondo a 22 anni senza alcun astio né rimpianti. In questo senso mi sento un expat atipico. Non conosco alla perfezione la realtà accademica italiana, ma è indubbio che sviluppare la carriera dell’insegnamento sia più difficile. Conosco persone che hanno acquisito qualifiche importanti e realizzato più pubblicazioni rispetto alle mie che ancora vivono di contratti a termine di pochi mesi, si trovano senza cattedra e vanno avanti con gli assegni di ricerca. Qui anche col neo dottorato ho potuto iniziare ad esercitare la professione senza complicazioni>>.

C’è una Londra pre e un’altra post Brexit o trattasi di luogo comune?

<<Personalmente, ho avvertito il cambio fino ad un certo punto. Da quando ci fu la svolta nel 2021 molti cittadini londinesi continuano a vivere questa frustrazione neanche troppo latente, basti pensare che in tanti continuano a parlare di attentato ai diritti umani e ci sono altri ancora che – scherzando ma non troppo – preconizzano un futuro autonomo per far rientrare in Europa la sola città di Londra…>>.

Very peculiar. 

<<C’è da capirli: con un treno in un paio d’ore sei a Parigi, qui erano e si sentono ancora europei, rivendicando ad ogni piè sospinto di aver votato contro la Brexit nel referendum del 2016. Sono stati colpiti nell’orgoglio ma non si sono chiusi, anzi. Si è innescata una sorta di dinamica indotta e quasi per reazione ho notato un atteggiamento della gente molto più propenso ad accogliere nel migliore dei modi mettendo a proprio agio tutti coloro che arrivavano>>. 

Tra questi ancora molti connazionali. 

<<La nostra comunità è sempre molto consistente e rappresentata in ogni quartiere. Nulla a che vedere con il flusso migratorio massivo registrato durante il boom economico di fine Anni Novanta, quando c’era parecchia offerta di lavoro in ogni settore, c’è tuttavia un continuo ricambio di forza lavoro che avviene senza la deregulation del passato, anche più recente. Rispetto a prima è diminuita la presenza di cittadini dell’Unione Europea ed è aumentata a dismisura soprattutto quella dei giovani provenienti da Cina e Hong Kong>>. 

Gli italiani residenti come hanno metabolizzato la nuova realtà?

<<Per chi era già qui non è cambiato granché, bastava poco per mettersi in regola. Sono semplicemente state modificate le direttive: ora il governo inglese consente l’ingresso nel Paese solo a chi è in grado di fornire garanzie contrattuali e reddituali piuttosto vincolanti. Prima del giro di vite non veniva richiesto alcun certificato di residenza, bastava scegliersi un medico di fiducia mantenendo l’iscrizione al sistema nazionale sanitario nel luogo d’origine>>.

Qual è l’identikit dell’italiano chi decide di vivere a Londra?

<<Arrivano persone di un’età maggiore, cariche di aspettative, più abituate a viaggiare e più abili a praticare l’inglese rispetto agli anni in cui toccò a me spostarmi. C’è una migliore attitudine all’interazione. Purtroppo, però, vedo che tanti commettono lo stesso errore>>.

Quale?

<<Più delle situazioni di ordine pratico, a far la differenza è sempre la modalità con cui ci si inserisce in un nuovo contesto. E’ come se ci fosse una sorta di bug nell’approccio, dovuto principalmente ad un aspetto. L’italiano che viene in Inghilterra ha il suo modello culturale come unico riferimento e troppo spesso dà per scontato che siano gli altri a doversi adeguare. Questo crea una inevitabile difficoltà ad accettare le abitudini diverse. Ho avuto la possibilità di conoscere studenti di ogni nazionalità, ma questa è una forma mentis davvero molto italiana>>.

Poco prima dell’entrata in vigore della Brexit, c’è stato l’altro evento epocale a modificare inesorabilmente il tessuto sociale ed economico della City.

<<Nel mio caso il Covid ha rappresentato un’opportunità che paradossalmente ha migliorato il mio status lavorativo, trasformandomi a tutti gli effetti in un nomade digitale. Durante tutto quel periodo ho potuto lavorare in modalità smart working e tuttora riesco a gestire la mia attività anche da remoto: la maggior parte dei miei studenti sono “tesisti” da esaminare online. Chiaramente non per tutti è stato così: ricordo quando c’era una quantità di chef e personale impiegato nei pub in ogni angolo della città. Dopo la pandemia, tantissimi sono rimasti in Italia, facendo in pratica la fortuna di chi ha resistito e che ora può vantare un salario più robusto>>. 

Avrà una fine la sua vita da girovago stanziale?  

<<Sembra un ossimoro, in effetti. Resta una città ideale per lavorare, nella quale non ho mai vissuto la percezione di insicurezza pur avendo abitato in quartieri non esattamente borghesi. Vivo nella Zona 2, quadrante Sud-Est e qui tutto ha una dimensione quasi bucolica. Non manca nulla a livello di servizi ed infrastrutture. Volendo, con la pista ciclabile, in un quarto d’ora raggiungo il  centro”. 

Se non è un “no”, gli somiglia bene…

<<Fatico ad immaginarmi qui ad oltranza e sicuramente tornerò a Roma, a casa mia. Magari facendo tappa a Creta, altro luogo che amo. Londra, come del resto New York, rappresenta sostanzialmente una realtà di passaggio. Nonostante si siano create amicizie importanti, è complicato instaurare rapporti duraturi, perché molti si fermano al massimo qualche anno e poi vanno via. Parlando di affetti e di legami, al netto dei problemi che ogni volta che tornando rivivo e sembrano più pesanti, l’Italia resta un porto sicuro per me>>.

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