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Vilnius come Trampolino di Lancio: La Visione di Mirko Sinico sull’Impresa Senza Frontiere

<<La chiave per fare impresa con successo è delocalizzare. In molti, soprattutto in Italia, continuano erroneamente a pensare che ciò significhi complicarsi la vita “incasinandosi”, mentre io lo considero sempre più un modo per migliorarsi>>. Forte e chiaro. Il messaggio arriva da Mirko Sinico, quarantaseienne geometra padovano, che lavora all’estero con e per le aziende, gestendo una clientela italiana. Mirko risiede a Vilnius, svolge un’attività di consulenza e coordinamento a tutto tondo e ci racconta la sua traiettoria da expat, partendo proprio dalla storia e dalle motivazioni che lo hanno portato a Sud del Mar Baltico. 

Dall’alto della sua più che ventennale esperienza, il segreto è davvero tutto qui?

<<E’ un tema a cui tengo molto. Chiudersi al mercato non ha senso e significa semplicemente chiudere, presto o tardi. Gli scenari sono in continua evoluzione, esistono realtà sottovalutate come questa, in grado di rilanciare il business. Il costo per le aziende che diversificano la location di produzione è pari a zero. Qui aiutiamo li imprenditori italiani a gestire affari e ad aumentare le vendite facendo leva sulle condizioni stabilite dal Paese. Tuttora mi occupo anche di veicolare investimenti immobiliari: qui c’è una grande sensibilità sul tema e l’aiuto concreto viene dalla politica lituana. E’ l’impresa stessa ad accreditare l’acquirente referenziandolo presso le banche per agevolare l’erogazione del credito: nulla a che vedere con quanto avviene in Italia. Tra le nostre varie attività, cerchiamo investitori per veicolare marchi, dando sostegno a chi ci accorda la fiducia sul territorio. Con l’ausilio dei miei collaboratori, legali e commercialisti sparsi in tutta Italia, assisto una media di trenta imprese l’anno. Un impegno gravoso ma gratificante>>. 

Com’è finito a Vilnius e perché?  

<<Sono imprenditore da quando avevo ventitré anni e conosco il ramo edilizio, ma ho venduto la quota di partecipazione che avevo al mio socio con lo scopo di cambiare vita. Da noi ci sono pro e contro, certo, ma la burocrazia limita troppo il perimetro di azione. Ho incassato i soldi della liquidazione, iniziando a studiare meglio le varie situazioni interessanti fuori confine. Poi sono arrivati i decisivi consigli di un amico, che lavorava presso l’Istituto del Commercio Estero a Riga. Mi sono incuriosito, ci ho pensato per un anno intero ed eccomi qua: da un’idea nata quasi per gioco mi ritrovo in Lituania dal 2013. Dopo la grave crisi nell’edilizia di tre anni prima, era il momento propizio per provarci, c’erano tutti i presupposti per fiutare una prospettiva di sviluppo. Parlai con alcuni connazionali che vivevano qui, sfruttai un paio di conoscenze e ci fu la svolta. Cominciammo ad acquistare appartamenti all’asta che, dopo aver effettuato le ristrutturazioni, vendevamo>>. 

A che punto è il processo di modernizzazione delle repubbliche baltiche, con il suo osservatorio privilegiato in Lituania?

<<Marciano spediti, molto più di quanto si possa pensare da fuori. Venticinque anni fa qui non c’era praticamente nulla, si poteva tranquillamente paragonare alla situazione che vivemmo in Italia nel secondo Dopoguerra. Adesso è diventato un Paese in piena ascesa, con un PIL che è più del del nostro e possono permettersi di pensare in grande. A fine 2024 qui sorgerà “Tech Zity”, il più grande hub in Europa dedicato alle start up, uno spazio di 55.000 metri quadrati in cui si  darà lavoro a moltissimi ingegneri e manager. E’ già capitato che un progetto venga premiato con un finanziamento di mezzo milione di euro… Molti ragazzi italiani – che provengono dagli studi di programmazione e design soprattutto da Milano – stanno arrivando per cogliere questa enorme opportunità di crescita, che renderà Vilnius un polo di riferimento assoluto e globale>>. 

Troveranno le stesse difficoltà che ha incontrato Lei qualche anno fa?

<<Per me all’inizio è stato abbastanza complicato, sono pigro e parlo solo inglese e non la loro lingua, anche perché mi sposto molto frequentemente per lavoro in Polonia, Lettonia ed Estonia e questo non ho modo di assimilarla fino in fondo. Nonostante ciò, apprezzo il modo di vivere e di condividere anche le piccole cose di questo popolo, frequento diverse famiglie locali e mi piacciono le loro abitudini. Eppure – come ogni buon veneto che si rispetti – intendo l’integrazione soprattutto dal punto di vista lavorativo e professionale. Sono un tipo pragmatico: io mi trovo qui perché ho bisogno di loro e loro di me. Mi sono innamorato subito di questi luoghi e di questa gente: i lituani sono chiusi ma cordiali: per me sono due prerogative essenziali. Qualche anno fa mi sono sposato qui e oggi mi ritengo ottimamente inserito>>.    

La guerra a due passi da casa. Che conseguenze ha provocato nella cittadinanza?

<<Non se ne parla ogni giorno in maniera ossessiva, anche perché si sentono in guscio protetto. Ho imparato a conoscere persone fiere con spirito patriottico ma che al contempo conoscono il significato della parola accoglienza. Sui mezzi di trasporto hanno deciso di tradurre tutte le indicazioni in lingua ucraina, ad esempio, per facilitare la quotidianità di tutti coloro che sono stati costretti a migrare durante questi due anni di conflitto. Ovviamente qualche azienda ci ha rimesso nelle dinamiche di scambi commerciali con la Russia, ma le persone sono sempre rimaste molto lucide e fiduciose nel futuro, forse per la forza interiore notevole che contraddistingue un po’ tutti a queste latitudini>>. 

A proposito di futuro, si immagina a Vilnius per molto tempo ancora?

<<Questa ormai è la mia base operativa, ma non resterò in Lituania tutta la vita. Ogni tanto torno in Veneto per qualche settimana, l’Italia non si può mai abbandonare del tutto e sento come tanti altri questo cordone ombelicale impossibile da recidere, che ti riconduce agli amici e agli affetti di sempre. La cultura italiana rimane ben presente, ma da noi sarei considerato ancora un giovane, mentre qui, chi è ragazzo per davvero, può ambire a diventare subito imprenditore e dopo la formazione viene dotato degli strumenti necessari per valorizzare se stesso>>.

In che modo? 

<<La tassazione, anzitutto. E la facilità con cui si può ottenere il visto lavorativo. Il salario medio lordo è di 2.000 euro e solo 500 vanno all’erario. Ma senza voler tornare necessariamente alle specializzazioni, vedo diversi ragazzi e ragazze che hanno studiato l’inglese in Italia, si sono trasferiti e qui guadagnano circa 1.000 euro prestando servizio nella ristorazione e riuscendo a vivere più che decentemente>>.

Cosa si sentirebbe di suggerire ad un imprenditore che volesse investire da quelle parti?

<<Se escludiamo Vilnius, non avrei dubbi nel dire Polonia: fossi proprietario di un’azienda e decidessi di delocalizzare andrei sicuramente lì. Ci sono 40 milioni di abitanti, i costi sono inferiori di un terzo rispetto a quelli tedeschi. Ho seguito molte aziende nel processo di produzione in loco (sia a Varsavia che a Poznan) e tutti siamo rimasti molto soddisfatti. Tra qualche anno arriverà anche la linea dell’alta velocità a collegare Germania e Polonia con le città più importanti a Sud del Baltico e sarà un impulso determinante per l’innovazione e il progresso>>.

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