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Dalle Note Siciliane ai Ritmi di Città del Messico: Il Viaggio di Romina Guardino

Da un paesino con poco più di 8.000 anime ad una megalopoli da 10 milioni di abitanti che <<contando anche l’hinterland, arriva quasi a 20>>. Le storie di expat italiani all’estero partono stavolta da Trabia, provincia di Palermo, e ci portano fino a 2.300 metri di altitudine. Qui, a Città del Messico, a pochi passi dal Templo Mayor, vive Romina Guardino, trentanovenne musicista ed insegnante, a cui chiediamo di raccontare frammenti della sua esperienza personale e professionale. Ci risponde tra una prova e una lezione, con otto ore di differenza ed il suo inconfondibile accento siciliano. <<Puoi insegnare ed imparare anche altre dieci lingue, ma quella cadenza non si perde mai>>. Romina parla di una realtà messicana molto diversa dagli stereotipi che la raffigurano come violenta e invivibile, ponendo piuttosto in evidenza gli aspetti positivi della sua vita nella capitale appena insignita dell’ambito premio “Lee Kuan Yew World City Prize 2024”, che viene assegnato ogni due anni alle comunità urbane vivaci, progredite e sostenibili. 

Ci perdoni l’insolenza: cosa ci fa un’artista e una performer italiana lì in Messico?

<<Sono andata via da casa molto presto e, prima di arrivare qui, ho vissuto ad Orlando, in Florida. Dopo gli studi, ho conosciuto il ragazzo messicano (che sarebbe in seguito diventato mio marito) e per la prima volta sono approdata a Città del Messico. Mi trovo qui da sedici anni e faccio musica a tempo pieno: sono cantautrice, suono pianoforte e chitarra e mi esibisco sia come solista che in una band. Impartisco lezioni di canto e di lingua italiana, perché mi aiuta a non dimenticare la mia cultura e le mie origini>>. 

Una passione diventata lavoro dall’altra parte del mondo. Che tipo di riscontro ha la Sua attività presso il pubblico locale?

<<Io faccio musica da sempre, non ho un genere preferito e questo aiuta ad incontrare differenti sensibilità in termini di gradimento. Diciamo che spazio molto: dal pop al funk, passando per rock, jazz e la musica alternativa. La risposta di questa gente è a dir poco meravigliosa. Per mia indole, non potrei rinunciare alla libertà di esprimermi artisticamente e, a maggior ragione, non potrebbe mai venir meno lo stesso apprezzamento e l’entusiasmo che mostrano i messicani verso i progetti di musica indipendente. Su questo calore umano si permea gran parte dell’universo che mi sono costruita a queste latitudini. I musei, le mostre, le attività culturali, i concerti: questo fervore culturale colora e riempie la mia vita giorno dopo giorno>>.

Veniamo alle note dolenti: la criminalità dilagante fa del Messico una meta sempre meno sicura per i turisti che spendevano una fortuna per assicurarsi un viaggio tra gli aztechi a caccia dei resort esclusivi del mondo. Conferma?

<<C’è grande differenza tra le varie province. Come in tutte le grandi metropoli, così popolate e multietniche, si è più esposti a rischi. Su questo Paese si rivolge ora molta più attenzione, occupandosi dei temi della malavita che nelle cronache trovano molto risalto mediatico fuori, ma ritengo che sia una narrazione alquanto esagerata. Da quando risiedo qui, non mi è mai accaduto  nulla di sconveniente e mai mi sono sentita insidiata o in pericolo, anche se evito accuratamente di uscire in zone poco raccomandabili nel cuore della notte… Vivo in centro, ma conosco anche diverse persone che, pur abitando in quartieri decisamente più periferici e meno residenziali (ad esempio Itzapalapa), si muovono a proprio piacimento senza esser mai incappate in furti o rapine. Città del Messico sta vivendo una fase di sviluppo importante anche sotto il profilo industriale ed infrastrutturale, una crescita riconosciuta in tutto il mondo>>.  

Colpa di Netflix e di Narcos, quindi? Possibile che non abbia mai percepito nemmeno quel  senso latente di insicurezza? 

<<Posso raccontare le cose per come le vivo personalmente, stando qui ormai da parecchio tempo. Esistono casi di regolamenti di conti per motivi di droga, il tasso dei femminicidi è preoccupante, certo, ma certi episodi si verificano soprattutto in posti come Jalisco, Sonora e Ciudad Juarez e – come succede con frequenza in molti altri Paesi – nelle zone di confine. Qui non sento la mia incolumità a repentaglio più di quanto non lo sarebbe tuttora in alcune parti malfamate di Palermo>>. 

Almeno il traffico esisterà, non ci tolga pure questo punto fermo… 

<<Quello purtroppo c’è, eccome>>.

Qual è il suo rapporto con i connazionali in Messico?

<<Ce ne sono sempre di più, ma ne frequento davvero pochi. Rispetto a qualche anno fa, quando andavano quasi tutti nelle classiche mete turistiche di Cancun e Puerto Escondido, la situazione è cambiata notevolmente e ne arrivano parecchi anche nella capitale per intraprendere attività soprattutto nell’ambito della ristorazione. Non so se sia un effetto della crisi economica italiana, in ogni caso avverto il senso di comunità soprattutto in occasione di determinati eventi organizzati dal nostro Istituto di Cultura. E’ soprattutto in quelle circostanze che ci si ritrova e si riesce a creare quel minimo di interscambio per condividere anche solo scampoli di quotidianità>>.  

A proposito di Italia. Ci torna ancora volentieri e con che frequenza? 

<<Dipende. In media, riesco a farlo una volta ogni anno e mezzo e mi fermo un paio di mesi. Ci sto bene: casa è sempre casa, ma dopo una ventina di giorni mi manca il Messico>>.

Cosa porterebbe con se’ della sua Sicilia la prossima volta?

<<Ho la mia musica, quella ce l’ho sempre dentro e non mi farà mai sentire sola. Naturalmente mi manca la mia famiglia, i paesaggi, la cucina di mia madre. E il mare, che qui non trovo>>. 

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