lunedì, Aprile 15, 2024
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Cristiana Benga e la sua vita negli Emirati Arabi: “Se vuoi, a Dubai puoi!”

Negli ultimi trent’anni ha cambiato radicalmente volto, arrivando ad essere la perla del Golfo Persico e contemporaneamente – per dirla con “National Geographic” – “la più improbabile green city del pianeta”. Con i suoi tre milioni e mezzo di abitanti, Dubai vive perennemente proiettata nel futuro, tra innovazione smodata e fondate previsioni di quell’irrefrenabile espansione  infrastrutturale che ormai la contraddistingue come polo economico e commerciale di prima grandezza. Grazie ai mostruosi investimenti e allo sfruttamento delle tecnologie più evolute si è giunti all’amplificazione legittimata di un potere assoluto, in un contesto non esattamente democratico che tuttora presenta innumerevoli contraddizioni. Recentemente è stato deliberato un ulteriore stanziamento di 8.700 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni. Tra turismo e affari, Dubai è destinata a diventare una fra le prime tre città globali. E all’ombra del Burj Khalifa, il grattacielo più maestoso al mondo coi suoi 830 metri di altezza, spicca la testimonianza di Cristiana Benga, imprenditrice romana che si trova nella capitale di uno degli Emirati Arabi da otto anni. Cristiana racconta, non ostenta, ma soprattutto non nasconde l’entusiasmo di chi è riuscita a trovare a queste latitudini una realizzazione personale e il suo compimento di vita. <<E’ impossibile restare indifferenti, Dubai si ama o si odia. Io la amo>>. 

Ci offre una chiave di lettura differente rispetto al sentire comune. L’idea del “non luogo”,  della città di plastica, è solo quella che viene formulata con gli occhi del turista? 

<<Non è Las Vegas né l’Arabia Saudita. Quando leggo o sento parlare per luoghi comuni mi infastidisco. E’ una città nuova, fino al 1970 era praticamente tutto deserto e si è sviluppata solo dal 1990 in poi. Eppure questo posto ha un’anima. Gli Emirati tengono parecchio alle loro tradizioni pur non avendo una storia millenaria alle spalle e oggi Dubai va considerata un luogo cosmopolita e accogliente>>. 

Affarismo, ostentazione e lusso: solo stereotipi, quindi? 

<<C’è di tutto, ovviamente, ma i pregiudizi al riguardo sono totalmente ingiustificati. Il Paese è ancora alla ricerca di una propria identità, ma nel corso degli anni ho notato una notevole apertura verso le culture straniere per accelerare un processo molto interessante nella convivenza pacifica e rispettosa nella professione dei vari culti religiosi. D’altronde, antropologicamente parlando, lo sviluppo degli EAU è stato esponenziale. Dalla pesca di datteri e perle al boom dell’estrazione petrolifera, adesso si stanno impegnando per favorire l’integrazione socioculturale. Gli emiri sono disponibili e hanno gratitudine per chi arriva da fuori con la volontà di contribuire professionalmente al progresso: dal know-how alla manodopera, gli stranieri sono risorse preziosissime per la crescita dei loro progetti. Naturalmente Dubai ti abitua molto bene se pensiamo ai servizi, le infrastrutture e il livello di efficienza in molti ambiti. Qui puoi ordinare online e ricevere in un quarto d’ora praticamente qualsiasi prodotto. In questo senso ci sentiamo viziati, certo, ma preferisco descrivere la mia realtà in modo diverso>>.

Quale? 

<<E’ la città delle opportunità: se vuoi, a Dubai puoi>>. 

Ci racconti il suo percorso. 

<<Questa è la mia seconda esperienza all’estero dopo aver vissuto un paio d’anni a Londra. Mi sono trasferita con entusiasmo e qualche timore ma – a parte un primo periodo di assestamento – non ho mai avuto ripensamenti. Ho lavorato per 17 anni in una compagnia petrolifera e poi ho deciso di seguire mio marito, conoscendo donne expat provenienti da mezza Europa che hanno fatto mia la stessa scelta, hanno pagato per ottenere una licenza e aperto il proprio business. Con alcune di loro collaboro all’organizzazione di una serie di eventi per lanciare nuovi brand, analizzando le varie tendenze di mercato e proponendo con il supporto dei social network tutte le nostre idee>>. 

Lo consiglierebbe a chi volesse provarci? Non sembra Dubai la meta alla portata di tutti né tantomeno indicata per chi vuol sbarcare il lunario (ri)cominciando da zero..

<<Io sono di parte e forse non troppo credibile. E’ necessaria una solida base economica per sostentarsi in attesa di collocazione e permettersi un tenore di vita superiore rispetto alla media europea. Sapere bene l’Inglese è indispensabile, oltre ovviamente allo spirito d’iniziativa. La vocazione commerciale di questa città la si respira quotidianamente, così come si possono subito constatare differenze macroscopiche con tanti altri Stati. Quasi l’80% degli attuali residenti è forestiero e moltissime aziende investono sul lavoratore prevedendo alcuni importanti benefit, dall’alloggio alla scuola per i bambini. Da poco hanno introdotto la “Golden Visa”, un permesso decennale che consente di pianificare presente e futuro senza troppe imposizioni burocratiche. Gli italiani solo ovunque e in ogni settore: c’è chi ha aperto pizzerie, i parrucchieri a domicilio, passando per i molti consulenti finanziari e manager a vari livelli. D’altronde ora è più semplice: prima l’avvio di progetti imprenditoriali era vincolato all’affiancamento di partner locali che fungevano da sponsor, ora sono cambiate le normative e sono state “sdoganate” le iniziative autonome con un regime fiscale vantaggioso. Per esempio, a Dubai non esiste l’Iva: c’è un 5% da pagare ma solo a fronte di un determinato fatturato annuo, per diversificare il gettito sono state inserite diverse fees per la fruizione di alcune utenze, dal Telepass alle bollette>>.  

Al di là del contesto economico/lavorativo, non altrettanto scontato è l’inserimento nel tessuto sociale. 

<<Anche sotto questo profilo sono all’avanguardia. Vedo centinaia di attività gratuite aperte a chiunque e c’è estrema attenzione rivolta alle campagne sociali. Hanno istituito il Ministero della Felicità e del Benessere e ogni strategia viene estesa a chi vive e ci lavora, non solo ai nativi. Ho capito che vogliono creare una sorta di dipendenza dalla positività e me ne sono resa conto principalmente durante il periodo del Covid: la pandemia è stata affrontata con responsabilità e senza alcuna forma di angoscia. Magari avranno anche “pilotato” la gestione mediatica del tema, ma sempre nell’ottica di preservare la serenità delle persone. Tutto ha un senso e tutto è collegato: qui si vive tranquilli in assenza di criminalità. Abbiamo vissuto tre mesi col portone d’ingresso di casa aperto e nemmeno ce ne siamo accorti. Ogni tanto, per la strada, mi soffermo a guardare gli addetti alla pulizia delle strade e dei semafori. Anche le maniglie dei vagoni della metropolitana vengono lucidate con maniacale costanza e puntualità. Chi è qui acquisisce il diritto ad un’esistenza di qualità. Questa è la loro mentalità, la loro dimensione>>. 

Tra il “Paese di Bengodi” e “La Città del Sole di Campanella”. Possibile che non ci siano controindicazioni? Nemmeno il clima?

<<Del sole, sicuramente. Il sole trasmette energia e fiducia, più ancora dei soldi. La gente ti incrocia e ti sorride chiedendoti: <<Come stai?>>. Per otto mesi all’anno si sta meravigliosamente e poi si soffre un po’ passando “dall’inverno all’inferno”, con temperature elevatissime che costringono a rimanere all’interno di luoghi chiusi. Ma questo ci condiziona fino ad un certo punto, considerato che nei mesi estivi ne approfittiamo per tornare in Italia. Piuttosto, se c’è qualcosa a cui fatico ad abituarmi, sono il traffico e le distanze assurde: mi capita spesso di percorrere anche 200 chilometri al giorno solo per accompagnare i miei figli a scuola e fare sport>>. 

A proposito, com’è la vita dei ragazzi lì? 

<<I miei figli hanno 13 e 12 anni, sono nati in Italia ma hanno vissuto gran parte della loro vita qui, beneficiando fin da piccoli del modello multiculturale insegnato nelle scuole. La nostalgia e i 6.000 chilometri di distanza da casa la avvertono più loro di me, io mi sento molto meno radicata alle mie origini, ormai abbiamo tanti amici di ogni parte del mondo e qui non mi sono mai annoiata. Diciamo che a me basta e avanza tornare due volte l’anno…>>.

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